Gli Emirati Arabi Uniti importano ancora oggi circa l’85% del cibo che consumano: un dato che WAM, l’agenzia di stampa nazionale, continua a ribadire e che la geografia del deserto, insieme alla scarsità d’acqua, rende difficile aggirare. Ma la rotta è cambiata. Dietro quell’85% si sta organizzando una strategia nazionale che punta su produzione locale, food security e food manufacturing. Non per smantellare le importazioni domani, ma per costruire nei prossimi venticinque anni l’infrastruttura industriale capace di farlo.

A indicare la direzione è la National Food Security Strategy 2051, il piano con cui il Paese vuole arrivare in vetta al Global Food Security Index entro metà secolo. Cinque pilastri, che ritornano in ogni documento ufficiale: una produzione alimentare sostenibile guidata dalle tecnologie più avanzate, una manifattura locale più forte, una rete di partnership internazionali che diversifichi le fonti di approvvigionamento, un quadro normativo a sostegno della nutrizione, una drastica riduzione degli sprechi.

Una visione tornata sotto i riflettori nell’aprile 2026, quando lo UAE Circular Economy Council ha aperto i lavori dell’anno presso il Barakat Quality Plus Group di Dubai, sotto la presidenza del Ministro dell’Economia e del Turismo H.E. Abdulla bin Touq Al Marri. Al centro del tavolo, il settore alimentare: rafforzare la circolarità del food è ormai considerato un passaggio decisivo per ridurre la dipendenza dall’estero in un’epoca di catene del valore sempre più esposte agli shock globali.

Il Food Cluster: quando la strategia diventa politica industriale

Se la Strategy 2051 rappresenta la visione degli Emirati per il futuro, Food Cluster è il motore che deve renderla realtà. Primo economic cluster lanciato dal Ministero dell’Economia e del Turismo nella cornice della Strategy 2051, fissa obiettivi misurabili e con un orizzonte chiaro, richiamato dal Future Food Forum al 2028: portare il contributo del settore al PIL da 30 a 40 miliardi di AED, far crescere l’interscambio estero del food da 25 a 40 miliardi di AED, generare 20.000 nuovi posti di lavoro.

Il perimetro è volutamente largo: agricoltura locale, bio-agricoltura, agri-tech, lavorazione agroalimentare avanzata, trading e stoccaggio. A fare da impalcatura, un set di strumenti pensati per accelerare il sistema: un Food Innovation Accelerator, una piattaforma nazionale di tracciabilità, il programma di promozione “Made in UAE”, una Food Investment Gateway, linee dedicate alle PMI. L’idea di fondo è semplice: costruire oggi l’architettura industriale che permetterà domani alla produzione locale di scalare in un mercato ancora dominato dai flussi d’importazione.

La Food Tech Valley di Dubai: dove l’infrastruttura incontra l’innovazione

L’espressione più visibile di questa strategia è la Food Tech Valley, inaugurata nel 2021 da Sua Altezza Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum in partnership tra il Ministero del Cambiamento Climatico e dell’Ambiente (MOCCAE) e il developer Wasl. Non un singolo sito produttivo, ma un ecosistema: vertical farm, logistica smart, centri di R&D, una marketplace, hub d’innovazione e aziende lungo l’intera filiera.

L’ambizione va molto oltre l’agricoltura. Dentro al perimetro della Valley trovano spazio trasformazione alimentare, ricerca applicata, acquacoltura, idroponica, robotica, intelligenza artificiale, proteine alternative, smart storage, sistemi di supply chain su blockchain. Ed è proprio questa ampiezza a renderla interessante per i partner internazionali: il campo di gioco non è solo l’export di prodotto finito, ma un terreno molto più ricco che comprende macchinari, processing, packaging, controllo qualità, tracciabilità, food design, ingredientistica, know-how e partnership industriali.

Scommesse concrete sulla produzione locale

All’interno della Food Tech Valley, la GigaFarm rappresenta una best practice. Sviluppata su 900.000 sq. ft. da ReFarm Global con la tecnologia di vertical farming della britannica IGS, è progettata come un ecosistema chiuso a logica waste-to-value. A regime, è previsto che produca oltre 3 milioni di kg di ortaggi all’anno (circa 3.000 tonnellate), sottragga alla discarica più di 50.000 tonnellate di scarti alimentari ogni anno e arrivi, da sola, a sostituire circa l’1% delle importazioni di prodotti freschi del Paese.

Un secondo segnale è arrivato nell’ottobre 2024 con la firma di un accordo della durata di 27 anni tra Food Tech Valley e Badia Farms (partecipata da Gulf Islamic Investments) per modelli ibridi di coltivazione verticale e orizzontale su un’area di 236.000 sq. ft., con un consumo d’acqua inferiore del 90% rispetto all’agricoltura tradizionale. Il terzo è arrivato a maggio 2026, alla quinta edizione di “Make it in the Emirates”: Italfood, manifattura casearia di origine italiana attiva nella Ras Al Khaimah Free Trade Zone dal 2010, ha portato in fiera una linea di formaggi italiani prodotti negli Emirati con latte fornito da allevamenti emiratini. Lo stabilimento lavora la Burrata su una linea completamente automatizzata, un prodotto che la tradizione vorrebbe fatto a mano, e utilizza la tecnologia Individual Quick Freezing (IQF) per l’export: una fotografia molto nitida di cosa significhi “Made in UAE” quando il saper fare italiano incontra la capacità produttiva locale.

L’Italia è forte sull’export, ma presidia solo il primo livello della catena del valore

La presenza italiana nel mercato alimentare emiratino è già consistente. Secondo i dati dell’ICE, nei primi dieci mesi del 2024, l’export agroalimentare verso gli Emirati toccava i 344 milioni di euro. Un trend già visibile da qualche anno: nei primi undici mesi del 2023 l’export agroalimentare cresceva dell’8,4%, superando i 412 milioni di euro e collocando l’Italia tra i primi tre fornitori alimentari del Paese.

Eppure, guardando il quadro più da vicino, emerge un’opportunità ancora poco sfruttata. L’Italia è ben rappresentata sugli scaffali della grande distribuzione, nel canale HORECA, nel segmento premium dei consumi. È molto meno presente, rispetto al suo reale peso industriale, in quel livello manifatturiero che gli Emirati stanno costruendo proprio adesso.

La prossima opportunità: dallo scaffale del supermercato alla linea produttiva

L’Italia non è soltanto un Paese di prodotti alimentari. È anche, e forse soprattutto, un Paese di tecnologie per il food: packaging, macchinari di processo, catena del freddo, tracciabilità, progettazione di linee produttive, ingredientistica, standard qualitativi e una cultura alimentare che tiene insieme tutto questo.

I numeri dicono con precisione dove sta andando il mercato, l’export italiano di macchinari per packaging e food processing verso gli Emirati ha raggiunto i 161 milioni di euro a luglio 2025: 53,7 milioni per i macchinari da packaging (+58,3% su base annua, quota di mercato al 34,7%) e 107,3 milioni per i macchinari di trasformazione di alimenti e bevande (+87,5%, quota al 35,4%). In entrambe le categorie, l’Italia è leader di mercato.

La domanda da porsi oggi non è più solo quanti prodotti italiani arrivino negli Emirati, ma quanta parte dell’ecosistema manifatturiero del food che gli Emirati stanno costruendo sarà fatta con tecnologia, know-how e partnership industriali italiane.